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Il senso dimenticato dell'inverno
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testo e foto di Anna Berra e Giulio Caresio
Parco Naturale dell'Alpe Veglia e dell'Alpe Devero - dicembre 2007
pubblicato su Piemonte Parchi n.173 - marzo 2008
Sulla strada, due ancestrali gallerie scavate nella nuda roccia ci appaiono come i cancelli di accesso a un mondo incantato.
Pareti e spade di ghiaccio. E finalmente arriviamo all'Alpe Devero. L'acquolina in bocca per la quantità di neve ma anche perché è tardi,
l'una e trenta, abbiamo fame. Breve passeggiata nella piana, alberghi chiusi, indicazioni varie di percorsi più o meno impegnativi.
E neve, neve ovunque. Riempie gli occhi di una allegrezza particolare. Il grande silenzio che sempre l'accompagna ci invade.
Tutto tace tranne il rumore dei nostri passi sulla strada compatta, farinosa. Scricchiolii giocosi di suole che paiono mordicchiare il terreno.
Rimaniamo a bocca aperta davanti a quella che sicuramente doveva essere una fontana, ora fiabesca formazione di ghiaccio azzurro fosforescente.
L'acqua gelata ricade formando pizzi come ricamati da abili mani di donne "d'un temps jadis", meraviglie del freddo.
C'incamminiamo alla locanda, la sola aperta, in realtà è il giorno di chiusura ma il proprietario ci invita a salire.
Una stufa a legna scoppietta serena, ci viene incontro una gatta dal pelo morbidissimo che inizia a strusciarsi sulle tibie infreddolite.
Cosa c'è di meglio di un luogo accogliente, di una stufa che arde e di un gatto che fa le fusa?
Mangiamo con appetito, il freddo richiede energie da bruciare. Ci accompagna il canticchiare del padrone che sotto le scale
si trasforma in falegname modellando una cassapanca. Nella cornice della finestra due tulipani gialli appoggiati sul tavolino accanto:
dietro ai vetri un uomo passa silenzioso. Sul termosifone bordeaux, una coppia di "inseparabili" canta lieta. Dopo il caffè eccoci
pronti per tornare fuori, imbacuccati e riscaldati. Pronti via! C'è un'oca che ci guarda sospettosa, il becco giallarancio risalta
bene sulla coltre candida. Per fortuna non ci aggredisce, di solito lo fanno, sono peggio dei cani da guardia.
Ci fermiamo davanti a un cartello abbastanza intimidatorio: “Pista di fondo, è assolutamente vietato entrare a piedi o con cani a seguito”.
Anche se all'orizzonte non c'è nessuno, e non ci sarà per un bel pezzo, torniamo sui nostri passi e attraversiamo con andatura decisa il pianoro
dell'Alpe. L'ombra avanza inesorabile. Scherza il vento alzando la neve sulle cime più alte.
Il torrente solca la piana e chiacchiera con noi, trasporta acqua spessa, impastata di ghiaccio. Sul fondo è bello osservare il movimento
sinuoso di morbide alghe pettinate dall'acqua. Gli argini rivelano lo spessore del manto nevoso. Quaranta-cinquanta centimetri belli compatti.
Né tanto né poco.
Una casetta piena di musica ci viene incontro. Il luogo è caldo. Fa piacere stare lì a rosolare mentre la signora Anna
ci racconta di come abbia abbandonato la frenesia urbana per dedicarsi alla montagna. Ha sistemato una serie di alloggi
per pochi fortunati: tanti stranieri e gli italiani nelle "vacanze comandate".
Usciti, saliamo in fretta. La nostra meta si chiama Crampiolo. Un pupazzo malandato ci saluta con il suo buffo naso di carota.
Felci e muschi temerari sfidano il freddo; fanno capolino dagli anfratti lungo le pareti verticali di alcuni massi erratici.
Il ghiacciaio li ha lasciati lì tanto tempo fa, ritirandosi.
La neve è una tela bianca, che tutto avvolge, tutto ammanta. Camosci, volpi e lepri giocano al bassorilievo, posando impronte gentili
sulla sua candida superficie. Una pelle soffice dalle curve sinuose che il sole accarezza delicatamente.
Per un attimo il mondo pare una foto in bianco e nero con ombre e sfumature grigio perla. Poi l'incantesimo della luce si fa più potente:
rosa, arancio, giallo. Sullo sfondo le baite di Crampiolo sono radunate in ordine sotto la diga di Devero.
La sera scende lesta e tinge il paesaggio di un azzurro più misterioso, la Regina Bianca ci aspetta chissà dove.
Piccoli crepacci lasciano intravedere ruscelli; ci ricordano che tanto candore può nascondere insidie inattese.
E' ora di tornare.
Lilla e viola all'orizzonte, blu cobalto allo zenit: il cielo è una seta orientale.
L'aria punge. Mentre scendiamo il respiro degli abeti arriva fino alle nostre orecchie attente. La Rossa ci sorride,
soltanto lei è ancora là, bagnata da un alito di sole, e mostra il perché del suo nome. Affiora nel cuore quella sensazione
religiosa di silenzio che si rivela davanti agli spettacoli della Natura negli spazi aperti.
Scendiamo a grandi passi, quasi giocando con le pendenze. Intorno, la montagna si fa più austera, misteriosa.
Incute rispetto e invita al riposo. Il pensiero corre a una casa dove trovar ristoro, fuoco caldo, coperte e l'affetto di una voce
amica che racconti storie di gnomi e di fate.
E forse è proprio questo il senso dimenticato dell'inverno.
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