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La sapienza dell'acqua  - [scarica pdf]
testo e foto di Anna Berra e Giulio Caresio
Parco Naturale del Ticino Piemontese - aprile 2008
pubblicato su Piemonte Parchi n.176 - giugno 2008

Gorgoglia limpida l'acqua della bialera che costeggia la strada bianca sui cui posiamo i nostri piedi. Il cielo promette pioggia. Nell'aria un profumo di erba fresca accarezzata da un vento leggero. All'orizzonte, incorniciate dal verde, alte ciminiere a strisce bianche e rosse trionfano come in un quadro di De Chirico. E' la grande centrale elettrica di Turbigo.
Alle nostre spalle Villa Picchetta, signorile dimora del passato, oggi sede del parco piemontese del Ticino, rivela nella parte posteriore il suo lato più bello. Antiche mura cingono alberi centenari e una lunga scalinata scende maestosa terminando sulla stradina che abbiamo imboccato.
Ci incamminiamo accompagnati dal fischio di un treno in lontananza. Un corvo gracchia sottovoce tra le frasche, un airone vola elegante, come al rallentatore. Il terreno è verde, un verde tenero, riso che cresce sotto l'acqua nutriente. Qui tutto si snoda a fianco dell'acqua, a partire dal canale, pigro, che scorre tra gli alberi.
Un silenzio sospeso dipinge il cielo di un grigio naturale, calmo, riposante, tutto diverso da quello aggressivo e maleodorante della città. Lontano un aereo scende verso Malpensa.
La terra davanti a noi è come distesa, i prati aprono le loro verdi dita. Un solitario salice piangente ci saluta: su di lui la pioggia inizia la sua lenta discesa. E' la giusta sensazione, un parco d'acqua non poteva che accoglierci bagnandoci.
Ai bordi della strada piccole ortiche dalle giovani foglie seghettate e punte di luppolo appena germogliate, risvegliano ancestrali voglie di minestra: la giornata è ideale e l'appetito non manca.
Nei pressi di una piccola chiusa l'acqua deviata si increspa, mulinella, si avvita e ondeggia. Ci fermiamo ad ascoltare: il suo rumore è un balsamo per le orecchie e lo spirito. Un'emozione di serena fluidità percorre la schiena dalla testa ai piedi, mentre il nostro sguardo è catturato dai piccoli frammenti che la bialera scorrendo veloce porta con sé: steli d'erba, foglie, cortecce, granelli di terra e petali di fiore. Porticine magiche forse azionate da fate, si aprono e si chiudono permettendo all'acqua di fecondare.
Poco più in là fanno capolino, lucidati dalla pioggia, dei bei ciuffi gialli di euforbie, e ovunque piccoli puntini di un rosso vivace: un mare di coccinelle, una gioia per gli occhi.
Un viale serpentesco si snoda davanti a noi, la natura non ingabbiata ci osserva quieta: in fondo alla riva sornione il Naviglio Langosco si traveste da fiume.
All'improvviso una podista passa correndo, ci salutiamo ed è bello vederla scomparire tra le spire del sentiero. Sprazzi di colori tenui, ciliegi festosi, meli con i loro petali di raso, grappoli cascanti di pioppi neri, rosa canina, ginestre, e, regali, loro, i biancospini, gli stupendi arbusti tanto amati da Marcel Proust: "Qua e là si aprivano le loro corolle con una grazia spensierata, trattenendo negligentemente, in un ultimo vaporoso alone, il mazzo degli stami, che le velavano di una nebbia".
Ci addentriamo nel Bosco Vedro, verso le lontre. Bestioline simpatiche, nuotatrici formidabili, grandi subacquee, indicatrici della purezza dell'acqua. Qui nel parco non è consentito al visitatore comune di avvicinarle, nei loro spazi vivono placide e si riproducono. A noi piace immaginare che quando nessuno le guarda giochino spensierate nuotando a pancia in sù.
Al ritmo di passi affamati scorrono ai nostri lati mughetti e viole accompagnandoci fino a una locanda pronta a darci ristoro. Prende il nome da una maestosa quercia che si specchia in un'ampia ansa. Finalmente il fiume: ha un colore di calma profonda, ci chiama a sé, vuol farsi guardare. Cigni e anatre scorrono lievi, pensiamo alle loro zampe sotto la superficie punteggiata dalla pioggia, accarezzare l'acqua come un amante. Chissà lì in fondo chi si muove giocoso... un luccio? una tinca? un grosso pesce gatto? O forse una splendente nereide che sorride fra i nastri delle piante acquatiche. Il fiume si snoda e ci invade senza che ce ne accorgiamo.
Dopo mangiato i nostri passi si fanno più pesanti e la pioggia più intensa. Imbocchiamo il percorso ciclabile del parco che la carta segnala estendersi per più di 60 km. Avanziamo per un tempo che pare infinito e sospeso. A riportarci alla realtà è ancora l'acqua, questa volta quella della roggia Molinara: forza motrice per ruote, ingranaggi e pulegge che muovevano le grandi macine per la produzione della farina. Grazie al parco sembra che quelle del Mulino Vecchio di Bellinzago funzionino ancora oggi per i visitatori, ma il mulino è chiuso e non possiamo effettuare verifiche.
Restiamo lì, affascinati dalle grandi ruote, un tempo in legno ora di ferro, a loro è affidato il compito di trasformare l'energia cinetica in meccanica. Potenza dell'acqua, magica forza, che tutto smuove, tutto sommerge. La sua è l'attitudine del sapiente, fluida eppure inarrestabile, morbida ma al tempo stesso invincibile.