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Avic: un dito puntato verso il cielo
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testo e foto di Anna Berra e Giulio Caresio
Parco Naturale del Mont Avic - luglio 2008
pubblicato su Piemonte Parchi n.179 - settembre 2008
Verso il Lac de Servaz. Un'ora e mezza buona di cammino. I profumi sono intensi. Stanno falciando un prato, e l'odore dell'erba è inebriante.
Partiamo accompagnati dallo scampanellare allegro delle cloche, mucche pezzate brucano placide sorvegliate da un cane che, quando ci vede avvicinare,
viene verso di noi con aria circospetta. Ohi ohi. Invece annusa le nostre intenzioni e si fa anche accarezzare.
Per un attimo indugia se seguirci, poi il senso del dovere lo riporta verso la sua piccola mandria.
Da Veulla, in mezzo a baite colorate dai fiori, un puledro e genitrice ci guardano languidi; in lontananza, riparato all'ombra, un asinello.
All’orizzonte la spettacolare silhouette del Mont Avic, simbolo del parco. Il rumore dell'acqua ci conduce.
Il torrente Chalamy scorre impetuoso, ripide cascate ci fanno venir voglia di una rinfrescata. Fa caldo, sulla testa una maglietta annodata a bandana.
Nella pineta silvestre sensazioni e suoni si moltiplicano. Muschi rigogliosi, fiori coloratissimi. Felci che vibrano mosse dall'aria.
Abbiamo letto che l’Avic è famoso per la varietà di farfalle: più di 1100 specie!
E infatti molte volano con la delicatezza di un fiore alato intorno a noi. Dal giallo screziato, al marrone quasi nero, con puntolini rossoarancio, al violetto.
Il sottobosco rivela le sue meraviglie: rododendri fioriti, fragoline, mirtillo, la leggiadra rosa canina, e misteriosa, un'orchidea, genere Platantera.
Il torrente salta e ride. Eccoci alla foresta di pini uncinati: un bosco da seme senza pari nelle Alpi italiane.
Il loro nome ricorda il pirata di Peter Pan e la sua mano mangiata dal coccodrillo! Sono le pigne a presentare una leggera uncinatura.
Di tanto in tanto, tra i pini fa capolino un larice, dagli aghi piumati e odorosissimi.
Ma è un altro profumo che giunge alle nostre narici per ricordarci quando da piccoli si andava a prendere il latte in malga.
L’inconfondibile odore dello sterco di mucca: un effluvio sano che mette di buon umore.
Poco distante un esemplare di giglio martagone fa bella mostra di sé, con i suoi fiori piccini e tondeggianti.
A discapito dell’aspetto grazioso, ha odore sgradevole. Strani scherzi architetta la natura.
La salita si fa ripida, pietre e radici si intrecciano a formare uno strano terreno vivo.
Sul percorso umide pareti levigate dal ghiacciaio: grandi rocce montonate a cui si avvinghiano alberi contorti dalle forme varie.
Giganteschi bonsai. Uno in particolare attira la nostra attenzione, il tronco disegna nell’aria una enne rovesciata: parte verso l’alto,
ripiega bruscamente verso terra e poi di nuovo punta il cielo. Sarà un fulmine ad averne deviato la crescita?
Da lontano il fischio acuto di un rapace, potrebbe essere un'aquila reale, scrutiamo il cielo frastagliato dalle cime dei pini:
quanto ci piacerebbe scorgerla in volo...
Più avanti incontriamo una piccola radura che un tempo serviva per preparare il carbone. Cumuli di legna bruciavano per giorni controllati dall’uomo.
Immaginiamo le braci formarsi e ardere soffocate da uno strato di terra umida. Pare ancora di avvertire nell’aria la fragranza persistente di questa
lenta combustione.
I petali languidi gialloarancio dell'arnica dipingono il percorso fino al Lac de Servaz.
Come se un fluido verde smeraldo colasse nell'animo restiamo in silenzio a rimirarne le rive. Ranuncoli acquatici punteggiano qua è là
la superficie del lago. Alcune rocce accolgono sulla loro superficie i riflessi sinuosi, incantati e incantatori, delle sue acque limpide.
Togliamo gli scarponi e via, i piedi a bagno, freddissima, che sollievo! Pane e salame, come da copione, hanno un gusto diverso.
Basta un alito di vento e l'aria dei 1800 metri si fa piccante, la superficie dell'acqua s’increspa.
Lontane si stagliano bianchissime le cime innevate del Gruppo del Rosa.
E’ tempo di tornare a valle. Una rana temporaria per nulla preoccupata della nostra presenza, si lascia fotografare come una vera star sul bordo
di una pozza ricca di vita. I suoi girini, più timidi, muovono a tratti le sinuose codine da spermatozoi per nascondersi sotto i sassi.
Altri insetti idrodinamici sondano l’acqua come piccoli siluri. Al neurone cittadino fanno subito un certo ribrezzo.
Ma si sbaglia, perché sono segno di purezza. Il dysticus infatti vive solo in acque pulite ed è uno strabiliante apneista:
accumula bolle d’aria sotto le dure elitre e può restare immerso per diversi minuti.
Lasciato l’altopiano ci tuffiamo in discesa; le giunture di noi sedentari scricchiolano e si lamentano.
Una barba bianca, non certo cittadina, ci saluta e supera ad ampi balzi.
Il lastricato della strada mineraria ricorda tempi in cui l’uomo sapeva utilizzare la tecnologia in armonia con la natura.
Poco più in là riaccendiamo i cellulari e una pioggia di sms fa pensare che oggi non sia più così.
Ma la luce tranquilla della sera e gli occhi dolcissimi del puledro che ancora ci salutano a valle suggeriscono che basta poco
per staccare la spina e ritrovare se stessi.
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