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Un filo sottile al di là del tempo
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testo e foto di Anna Berra e Giulio Caresio
Parco Nazionale Val Grande - ottobre 2008
pubblicato su Piemonte Parchi n.181 - dicembre 2008
Eccoci a Cicogna. Pensavamo di essere soli e invece parecchi gitanti si accalcano nel parcheggio. Sotto il braccio portano cestini di vimini: vanno a funghi.
La stagione è quella giusta. L’annata pare di no, troppa siccità da queste parti. I castagni lasciano cadere a ondate regolari i loro ricci pungenti.
Dentro però i frutti sono piccini, o forse già qualcuno è passato a prendere i più appetitosi. Quando iniziamo a salire verso l’Alpe Prà restiamo soli
tra le abitazioni in pietra abbandonate. Le lastre posate vicine e a strati fitti formano i tetti: piramidi color bluargento.
Il bosco respira, e noi con lui. Poggiamo gli scarponi su un sentiero ben delineato. Qua e là profondi gradini di quella che pare una scala per giganti.
Le pietre scure, posate di taglio con cura, ci invitano a salire. Le stesse che disegnano intorno a noi incredibili serie di terrazzamenti.
Qui si coltivava anche la vite, sembra incredibile guardando ora la terra coperta dalle lunghe foglie di castagno.
L'albero del pane, veniva chiamato, dalla castagna si ricavava il cibo; veniva battuta con la spavigia, uno strano strumento,
forse l'antesignana della padella per caldarroste, che serviva a rompere la buccia delle castagne essiccate.
Timide, sotto un albero, fanno capolino due piccole mazze di tamburo: anche loro devono aver sofferto la mancanza d’acqua.
Sulla strada un raro coleottero dall’aristocratico nome latino (Osmoderma eremita) brilla di un nero lucente sotto i raggi del sole caldo
che ci bagna la testa e le spalle. Qualche fischio di rapace. La Val Grande è terra di aquile, ma vederle è una sorte riservata a pochi fortunati.
La luce gioca con gli alberi tessendo tele animate. Il silenzio si fa più intenso, solo i passi e il nostro battito che sale.
In montagna basta questo per essere vicini, semplicemente. Siamo in quattro oggi a camminare, ma non c’è bisogno di parole, basta uno sguardo,
un sorriso per rinnovare e confermare un’intesa profonda.
L’odore del sottobosco si fa di colpo deciso, ricorda la torba che brucia nei camini delle campagne scozzesi:
se chiudiamo gli occhi il profumo trasporta la mente in un salotto a sorseggiare un buon whisky di malto.
Poi il miracolo: proprio lì, davanti a noi, a mezzaria, fluttua una foglia accartocciata, una lama di luce ne illumina la meravigliosa danza,
magica ragnatela di magico ragno che chissà dove starà tessendo ora la sua nuova tela.
Qualche campanella di mucca lontana lontana ricorda che questa è terra d’alpeggio. Un attraversamento di legno costruito da pochissimo ci dice che
qui la strada è franata, ma l’uomo non è rimasto a guardare. Appena il bosco si apre, ecco bellissime vette farsi strada e laggiù in fondo apparire,
luccicante e argenteo, il Lago Maggiore con le sue isole che sembrano navi allineate in un’ansa di mare.
Superiamo alcuni spunzoni di roccia affioranti e gli alberi abdicano definitivamente a favore dei prati aperti dell’Alpe Prà.
A ovest i Corni di Nibbio mostrano le loro schiene di pietra nera, e per contrasto dietro i loro dorsi rugosi e affilati,
fanno capolino le cime immacolate del massiccio del Rosa. Le baite dell’alpeggio, oramai ridotte a ruderi senza tetto, custodiscono un segreto lontano e ancestrale.
Poco sotto il gruppo di case, allineato verso il sorgere del sole, si trova infatti un masso cupellato: presenza antica dell’uomo sulla montagna.
Affascinati ci chiediamo cosa mai possano significare quelle piccole vaschette emisferiche scavate nella roccia e collegate tra loro da minuti canali.
Antichi riti pagani legati all'acqua? Le costellazioni? Il sole? Chissà. A restare intatto è il mistero, oggi come probabilmente nel passato:
un filo sottile che ci lega al di là del tempo.
Al limite superiore del prato, segnalato da un frassino secolare, il Rifugio dell’Alpino. Dalla sua terrazza un panorama mozzafiato.
Il Rio Valgrande serpeggia scavando il fondovalle e guida lo sguardo al Lago Maggiore su cui minuscole barche disegnano scie dorate.
Più in là fa capolino una piccola porzione del Lago d’Orta.
Il pianoro è invaso dal caldo. Si mangia con appetito, il rumore della fontana che gorgoglia ci ristora. Poco distante una giovane coppia prova dei passi di tango.
Ripreso il cammino giungiamo ad uno stretto intaglio della roccia dove si passa in fila indiana.
Durante la guerra, queste erano strade del contrabbando, che fatiche e che rischi.
Nuovo versante: montagne dolci, alpeggi solitari, prati rasi, un mare di ciuffi d'erba piumosa.
Austero, un albero dai rami come fruste troneggia nel pendio. Magnifici faggi gialli, bruni e rossi dai tronchi contorti ci accompagnano
in un’interminabile discesa. Ed ecco quel che resta di Pogallo, baite con infissi verde smeraldo, una finta cicogna su un camino e due ragazzi
che salutandoci si dirigono verso il bivacco poco oltre. Giusto il tempo di far respirare le ginocchia, mandar giù un pezzo di cioccolato e via.
E’ tardi e i passi si fanno più rapidi lungo la strada dei boscaioli. Un percorso eroico fatto di arditi muri a secco e passaggi aerei.
Si percorrono, poco sopra il livello dell’acqua, le pendici ripide scavate dal Rio Pogallo, che salta e gioca tra i sassi formando ampie pozze smeraldine.
Verrebbe voglia di tuffarsi ma pare più che arduo raggiungere le sponde e poi riguadagnare il sentiero.
Il cerchio si chiude a Cicogna: un anello che cela verità antiche. Resta in noi l’impressione di aver preso nella rete qualcosa che ci porteremo dentro al di là del tempo.
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