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Nuove energie dalla natura e dal cielo
rubrica "ecologica-mente in rete" a cura di Giulio Caresio
Natura & Società n.3/08 - settembre 2008
Lasciamoci alle spalle, per il momento, le promettenti plastiche fotovoltaiche e le più “convenzionali” celle silicee,
con l’incoraggiante notizia di questi giorni dell’ U.S. Department of Energy's National Renewable Energy Laboratory
che fissa un nuovo impressionante traguardo di efficienza per il fotovoltaico: 40,8%. Chiediamoci invece se scienza
e tecnologia possono ancora imparare dalla natura per produrre energia in modo più saggio? Riusciremo a liberarci
del pesante ruolo di “divoratori di risorse fossili”?
Cosa sono in fondo petrolio e carbone, se non energia chimica stabilizzata e immagazzinata attraverso il lavoro giornaliero
delle più diffuse celle solari del pianeta? Perché allora non ispirarsi proprio alle foglie per produrre l’energia
di cui siamo tanto voraci?
Un pensiero di molti, ma a tradurlo in concreto è stata, ormai una quindicina di anni fa, non a caso, una donna:
la professoressa di tempra teutonica Michael Graetzel. Scopriamo l’idea alla base delle celle che portano il suo nome,
e che ancora oggi promettono interessanti sviluppi, in una presentazione preparata dalla Graetzel stessa
per una conferenza romana (link).
Realizzarle “fai da te”? Una tentazione in voga qualche anno fa, ma non certo di semplice esecuzione. Eccovi le linee guida del
Dipartimento di Scienza dei Materiali dell’Università Bicocca di Milano (link),
nonché i video dell’Università Tor Vergata di Roma (link
- esemplificativo in particolare l’ultimo a fondo pagina).
Simile attenta osservazione della natura ha portato una ditta australiana a studiare, con un progetto pilota in Tasmania,
un sistema ispirato alle piante marine ed al movimento delle code di squali e tonni per produrre energia sfruttando
il moto ondoso e le correnti oceaniche.
Guardare per credere, su questo video del National Geographic
(link).
I primi modelli stanno per essere commercializzati, tutti di piccole dimensioni da 250 a 1000 kW per limitare l’impatto ambientale
e paesaggistico. Seguitene le evoluzioni su: (link).
Per finire, il brillante lavoro di un gruppo del Politecnico di Torino che ha le sue radici in quella propensione dell’uomo
verso il cielo e il gioco che portò nella Cina di più di tremila anni fa ad inventare l’aquilone
(link). Sfruttare il vento in quota, soltanto un gioco da pochi kW?
Non proprio se consideriamo che la zona proibita al volo sopra una centrale nucleare può facilmente arrivare
a contenere 1 GW di potenza del vento, ovvero quanto è in grado di produrre la centrale stessa!
Chissà se qualcuno nel nostro Parlamento sa di cosa stiamo parlando?
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